L’impatto come grammatica della città che cambia. A Roma e non solo.

Perché siamo felici di aver partecipato al concorso “A Vision for Rome”, perché siamo felici di aver vinto, e perché lo rifaremmo.

a cura di Luigi Corvo, CEO Open Impact e Professore Associato di Economia Aziendale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca

Siamo felici che Roma Continua, la proposta a cui Open Impact ha contribuito all’interno di un team interdisciplinare di altissimo livello, abbia vinto il concorso internazionale “A Vision for Rome”, promosso dalla Fondazione Roma REgeneration.

Siamo felici del risultato, naturalmente. Ma siamo felici soprattutto di ciò che questo risultato segnala: una visione che prova a guardare alla trasformazione urbana non solo come questione di forma, funzione o valorizzazione economica. Per Open Impact, partecipare a Roma Continua ha significato portare dentro a questo processo una visione urbana un metro diverso dal solo rendimento: il valore sociale, ambientale, pubblico. Non come decorazione, non come linguaggio da aggiungere a valle, ma come criterio per interrogare le trasformazioni fin dall’inizio: per chi producono valore, con quali effetti, a quali condizioni, e con quali strumenti di verifica nel tempo.

Sappiamo bene che questa posizione apre a domande non banali. Chi lavora sul valore sociale e ambientale della città deve prendere parte a processi promossi anche da soggetti immobiliari e finanziari, oppure deve tenersene fuori? Chi prova a misurare la città con un metro diverso dal solo rendimento deve stare dentro luoghi come questo concorso, oppure restarne fuori?

È una domanda seria, e ce la siamo posta sul serio. Il "caso Spin Time", di cui parlerò più dettagliatamente dopo, rende tutto apparentemente più semplice e vivido, perché fa apparire evidente un possibile conflitto deontologico tra l'occuparsi di quella vicenda e il proporre visioni più larghe di città. Ma la domanda vera è più ampia di ogni nostro possibile conflitto o piccola contraddizione. Ed è quella che ci interessa.

Dal punto di vista teorico, per chi fa il nostro lavoro, la dinamica più interessante di questa storia è un’altra: nessuno si è stupito del fatto che tutti i progetti avessero una componente di analisi del valore economico - qualcuno, invece, si è stupito che ci sia l’analisi del valore sociale. Come se il valore economico fosse da tutte e tutti noi assunto come componente “naturale” ed immancabile. Nemmeno ci facciamo caso, non è pensabile una proposta che non contempli la quantificazione degli investimenti necessari e che non si esprima sui flussi di ricavi in grado di apportare rendimento. La presenza di un’analisi preliminare sul valore sociale, invece, ci interroga: proprio questo, in ultima istanza, è l’effetto della religione capitalista in cui noi tutti viviamo. Una religione che riesce a plasmare non solo i ragionamenti, ma innanzitutto le percezioni e i desideri.

 

Cosa sta succedendo alle città

Entriamo nel merito e per farlo dobbiamo riferirci ad una tendenza strutturale del capitalismo contemporaneo che vale la pena descrivere con precisione, perché è il contesto in cui si inscrive tutto il resto.

Stiamo vivendo una fase di accelerazione straordinaria della concentrazione del capitale. Ciò non è un male solo in termini di disuguaglianza — argomento importante ma ormai usurato — è un male anche in termini di intelligenza del capitale stesso. Quando la ricchezza si concentra in poche mani, perde accesso al general intellect, a quell’intelligenza diffusa che nasce dalla pluralità di interazioni fra soggetti, pratiche,  luoghi.  E ciò rende il capitale miope. Questo capitale iperconcentrato si muove oggi tra due spazi. Il primo è il cyberspazio: mercati digitali dove i rendimenti sono stellari, dove vince chi arriva primo e i costi marginali tendono a zero. Il secondo è lo spazio fisico: terra, immobili, infrastrutture. E lo spazio fisico funziona come un bacino osmotico per tutta quella massa di denaro che nel primo non trova più posto perchè , troppo instabile e soggetto al rischio di innovazione radicale.  

Ogni volta che l'incertezza tecnologica produce uno "smottamento" — una bolla che si sgonfia, una valutazione che crolla, un ciclo che si chiude — masse di capitale cercano rifugio nello spazio fisico. E quando arrivano, portano con sé una pretesa: quella di uno spazio ordinato, prevedibile, disposto ad accoglierle. È quello che Heidegger chiamava Gestell — l'im-posizione, la messa-a-disposizione del mondo come riserva ordinata e sfruttabile. Ban — dalla stessa radice proto-germanica di banlieue, bandito, banal — significava originariamente la proclamazione del signore feudale: il comando che definisce chi appartiene allo spazio e chi ne viene espulso. Banlieue è letteralmente il territorio entro cui vale quel bando. Il Gestell abita questa stessa logica: lo spazio messo a disposizione, ordinato, reso sfruttabile per decreto. Quando il capitale cerca rifugio nel territorio, richiede che quel territorio sia "banalmente" ordinato — sgomberato dalla complessità, disposto all'estrazione.

Il meccanismo ha una logica ricattatoria precisa: se un territorio non è disponibile a ordinarsi per il rendimento, allora non è “attrattivo”. E se non è attrattivo, non “merita” investimenti. A queste condizioni il rendimento non viene solo concesso: viene auspicato in coro — dall’amministrazione pubblica, dal dibattito tecnico, spesso persino dal terzo settore — come se fosse la condizione naturale dello sviluppo urbano.

Il costo sociale lo vediamo ogni giorno: prezzi immobiliari in crescita strutturale, espulsione progressiva dei cittadini dai centri, impossibilità crescente di tenere insieme il reddito da lavoro e il costo dell’abitare. E, sullo sfondo, una richiesta sistematica di intervento pubblico “a fondo perduto” — cioè a debito — in un Paese che è già il più indebitato d’Europa: ottantacinque miliardi di euro all’anno di soli interessi, che crescono col crescere del debito, sottratti a sanità, scuola, ricerca, cultura. Questa è la condizione con cui ci confrontiamo: non uno sfondo, ma il campo di lavoro.

 

Si poteva "disertare"?

A questo punto la domanda diventa concreta: e allora che fare? L’alternativa implicita di una lettura semplificata è una sola: non partecipare. È un gesto che capiamo, e che ha un suo fascino discreto. Ma è anche un gesto in parte romantico: immagina di fermare un processo materiale restandone simbolicamente fuori.

E noi, che la città l’abbiamo appena guardata con occhio materialista, dobbiamo farci due domande molto più concrete: sarebbe servito, e sarebbe stato praticabile? Un boicottaggio funziona soltanto se è coordinato e collettivo, e a questo concorso hanno concorso trentacinque cordate, centinaia di professionisti: chi avrebbe dovuto organizzare quel rifiuto, e in nome di chi? Da soli, l’astensione non è un boicottaggio: è un’assenza. E un’assenza non ferma nulla — lascia solo una voce in meno nella stanza.

L’altra opzione, ancora peggiore, sarebbe partecipare lasciando fuori proprio le competenze sull’impatto sociale e sull’urbanistica di genere. Cioè consegnare ai posteri esattamente la visione tecnica e di mercato che si dice di temere, senza più nessuno, dentro, a chiedere “per chi, a quale prezzo, a spese di chi”.

 

E allora perché partecipare? 

Conviene allora chiedersi cosa ha prodotto, invece, l’aver partecipato a Rome ReGeneration. Un progetto, anzitutto: una visione di Roma costruita in quasi un anno di lavoro comune. E delle reti — tra studi, ricercatori e organizzazioni che prima non si parlavano e ora producono idee.

Ma soprattutto, questa storia ha prodotto qualcosa che senza la scelta di Open Impact non ci sarebbe stata: dentro la visione di Roma Continua premiata dal concorso c’è una struttura di misurazione dell’impatto — catene di cambiamento, indicatori legati agli esiti attesi e ai grandi obiettivi di sostenibilità.

Non un esercizio tecnico, ma un modo per non separare mai la città che si immagina da chi quella città dovrà abitarla, e da ciò che la trasformazione produce sulle loro vite. E accanto a essa, dalle altre competenze del gruppo, lo sguardo di chi legge la città a partire dalle persone — fino al modo in cui le disuguaglianze, anche di genere, prendono forma nello spazio.

La domanda da farsi è semplice: quel progetto, quelle reti, sarebbero stati migliori o peggiori senza questa prospettiva? Per noi la risposta è ovvia.

 

Impatto e innovazione sociale verranno davvero presi in considerazione?

Resta la domanda più difficile, e a nostro avviso la più giusta: questi progetti, con il loro portato di innovazione sociale, verranno davvero presi sul serio? Che ruolo strumentale giocano nell’operato dei fondi? Il rischio dell’uso strumentale esiste sempre, e non lo neghiamo. Ma è esattamente da qui che nasce la scelta di stare dentro e non fuori.

Se quel rischio è reale, le possibilità sono due: lasciare che gli investitori usino il dispositivo senza nessuno a chiedere conto, oppure esserci — per rendere quell’uso più difficile, e per avere, domani, un metro con cui misurarli sulla visione che loro stessi hanno premiato.

Non è una copertura: è uno strumento che si costruisce oggi per usarlo quando servirà. A patto di renderlo permanente — un tavolo stabile che continui a misurare le promesse e a chiedere conto della distanza tra ciò che si annuncia e ciò che si fa. È lì che una “visione” smette di essere un’immagine e diventa un impegno verificabile. Ma qui si pone una domanda, a mio avviso cruciale: come si stabilisce il livello di interesse pubblico nei processi di rigenerazione urbana? Qual è, concretamente, il metodo e quali sono gli strumenti che abilitano i soggetti pubblici a prendere decisioni quando interagiscono con investitori?

 

Misurare è il nostro mestiere

Che questo si possa fare, lo abbiamo già dimostrato, ed è verificabile. Per Spin Time Open Impact ha misurato che ogni euro investito nella regolarizzazione genera 1,95 euro di valore sociale. L’abbiamo detto in Campidoglio, nero su bianco, contro l’interesse del fondo che possiede quell’immobile e che preferirebbe farci un albergo. Non per “legittimare” Spin Time, che non ha bisogno di nessuno per legittimarsi, ma per dire una cosa semplice: il costo di realizzare quell’albergo non è zero. Quel luogo ha un nome, una misura, delle persone che ci vivono.

È questo il nostro mestiere: mettere un numero su ciò che altri preferirebbero lasciare senza prezzo — anche, e soprattutto, quando chi paga il nostro lavoro siede dall’altra parte del tavolo. Lo abbiamo fatto per Spin Time, lo abbiamo messo a disposizione di Roma Continua, e continueremo a farlo, senza nasconderci né da una parte né dall'altra.

Perché l’impatto non si applica a ciò che consideriamo buono, bello, a noi culturalmente vicino. Si applica, e si dovrebbe applicare, a tutto ciò che riteniamo significativo e, auspicabilmente, a tutto ciò per cui c’è un’analisi di valore economico. Perché, come anticipato sopra, non deve più apparire “strano” che si consideri il valore sociale anche nei processi scomodi, complessi, contraddittori.  Solo quando inizieremo a considerare “naturale” alla pari la presenza di valore economico e valore sociale potremo dire di aver compiuto un passaggio di trasformazione sostanziale dentro, contro e oltre le miserie di questo modello di sviluppo asfittico e “banale”.

 

Un invito

Non ci interessa questa polemica in quanto tale. Ci interessa la domanda che contiene, che è una domanda seria: come si costruisce una mobilitazione collettiva che non sia meramente identitaria, difensiva, crepuscolare? Come si esce dalla spirale che abbiamo descritto senza limitarsi a presidiarla dal basso? E per concludere trasformiamo questa domanda in un invito: a un dibattito pubblico, con i dati sul tavolo, sul metodo della valutazione d'impatto come strumento politico nelle trasformazioni urbane. Su cosa significa portare il general intellect dentro i processi che lo escludono, invece di osservarli da fuori.

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